Lo specialista del pulito

UN MAESTRO ELEMENTARE: RICORDI DELLA TERRA, RICORDI DELL’ANIMA

pubblicato il 13 12 2013 | Comments 0

 

Ricevo e pubblico volentieri questo scritto che regala attimi di eternità.

 

La nascita del libro Il mio pavimento in cotto, scritto da Angela Grignani e Luca Scainelli, ha un perché e ha un perché anche questo nostro breve incontro, davanti alle terrecotte dell’artista Angelo Balduzzi, e l’abbiamo intitolato: Anche gli artigiani scrivono …

Direi che proprio la terra, di cui siamo fatti, ci ha portato a incontrarci, attratti da due desideri:

–         non guardare distrattamente le opere delle mani dell’uomo;

–         capire che il lavoro delle mani scrive la storia dell’uomo non meno che i grandi avvenimenti, i grandi personaggi, le grandi opere dell’arte o, come oggi crediamo, l’industria e la tecnologia.

 

Ma spesso non ce ne rendiamo conto!

 

Quando Angela, quasi scherzando, mi donò, pochi giorni fa, una copia di questo libro, restai subito affascinato all’idea di leggerlo. Cosa mai ci sarà scritto?

Conoscendo la sua preparazione culturale e spirituale, non avevo dubbi, non sarebbe stato tempo perso.

Così, pagina dopo pagina, mi trovai a contatto con un mondo la cui storia si perde nel tempo, proprio all’inizio della storia scritta e ancora prima: all’origine del mondo.

 

Le nostre costruzioni sono fatte di terra, come lo è il mondo. E l’uomo è fatto di terra. È umile come la terra. Homo, humus, humilis sono parole con la medesima origine.

 

Ogni volta che l’uomo si riconosce più humilis diventa migliore e, proprio quando torna alla terra –negli ultimi momenti della vita-, ammette più facilmente i propri errori e peccati. La terra gli diventa finalmente maestra.

 

Io, Angela e Lauro, guarda caso, siamo maestri elementari. I nostri allievi sono piccoli uomini e ci allenano quotidianamente ad abbassarci verso la terra. Solo in questo modo possiamo imparare ad ascoltarli, a comprenderli un poco e ad educarli; affinché non perdano il contatto con la terra, con l’umiltà.

 

Mentre leggevo il libro, sentivo crescere in me l’entusiasmo e, accanto alle immagini ivi descritte, bellissime, tornavano alla memoria altre immagini vissute da me ancor piccolo.

Prima fra tutte quella delle fragili statuette in terracotta, dipinte a mano: le statuette del presepio.

Appartennero già a mio Papà, da bambino, e gli furono donate da suo Padre, entrambi maestri elementari.

 

Ogni anno, già a settembre, chiedevo al Papà: «Quando verrà Natale? Voglio tanto fare il presepio con quelle belle statuine e con le luci ed il muschio profumato, e anche l’albero». E mio Papà, che da adolescente aveva cessato di essere credente, mi rispondeva: «Pazienza! Arriverà Natale e faremo il nostro presepe».

 

Il sabato prima di Natale, finalmente, Papà saliva in soffitta e ne ridiscendeva con gli impolverati scatoloni, contenenti gli addobbi natalizi. Apertili, si sprigionava il tipico profumo dei fili d’oro e argento della neve, con la quale ornavamo l’albero.

Con delicatezza si apriva la vecchia scatola metallica, proveniente dalla Germania, piena di palline di vetro luccicanti e colorate: fragilissime e a me carissime. Ma, io, impaziente, cercavo soprattutto l’oggetto del mio amore! La bella capannuccia con Gesù Bambino nella greppia; la Madonna inginocchiata; San Giuseppe; i pastori. Tutti personaggi in terracotta. Anch’essi emanavano un profumo. Il profumo della terra e del tempo. Quel profumo dei presepi che anche mio Papà, con suo Padre e sua Madre, ogni anno aveva preparato!

Tutti e due, insieme a mio fratello, ci mettevamo all’opera realizzando bellissimi, sia pur piccoli, e poveri, presepi.

Riutilizzavamo tutto, anche il minimo pezzetto di carta, per le montagne o il cielo stellato. E, alla fine, a me spettava l’onore di appendere sulla capannuccia l’Angelo, che annunciava ai pastori: «Gloria in excelsis».

 

Così passarono gli anni. E anno, dopo anno, sempre un presepio. Sempre più bello. Finché, poco più che diciannovenne, partii da casa, per l’avventura della vita.

 

Quattro anni dopo, mio Papà cominciò a ripensare alla sua fede di un tempo. A dubitare di alcune certezze. Ne parlò con un suo amico e anche con me.

Poi, all’improvviso, la malattia dura e implacabile! Nove mesi in cui il suo corpo, nel quale aveva sempre riposto la propria sicurezza, decadde rapidamente. Ma fu come quando l’uovo si schiude liberando il pulcino, o il bòzzolo, ormai inutile, si apre per lasciar volare la farfalla. E mio Papà, avvicinandosi alla terra, riscoprì quell’umiltà, che era sempre stata nel suo cuore, ma che a lungo non aveva riconosciuta: Verità tanto attesa e finalmente amata.

Così anche lui si ritrovò davanti non più al Gesù Bambino, di terracotta, ma al Gesù dei Cieli, in quella luce inaccessibile al cui paragone la luce del sole non regge il confronto.

 

Dopo qualche tempo, seppi da mia Mamma, che aveva chiamato un uomo a ripulire il solaio. Ed allora pensai: «Andrò in soffitta a rispolverare le vecchie statuine di Papà e riprenderò la tradizione del nostro presepe. Così saremo più vicini».

Entrato nel solaio, c’era, sì, più ordine … Trovai anche la scatola con le palline, la neve … Ma dello scatolone con le umili statuine … nessuna traccia. Chissà, forse, quell’uomo non aveva controllato le scatole, buttando tutto via, oppure, accortosene, anziché restituirle, le donò ai suoi figli o nipoti, o peggio, le vendette.

Una cosa so. Nel mio cuore, quelle statuine di terracotta, così ben dipinte, riposano con i miei più cari affetti, illuminate da quella fede che nessun ripulitore di solai potrà portarmi mai via, se non la mia stessa cecità.

 

Grazie, cari amici, perché, con queste opere di terracotta, così belle, e allo stesso tempo semplici, avete dato modo a me, e chissà a quante altre persone, di riprendere più vivo contatto con quella terra che ci parla del futuro dell’uomo.

 

Ma voglio ringraziare anche tanti altri artigiani, di ogni arte e mestiere, presenti e assenti, vivi o lontani nei secoli, che hanno costruito questo mondo.

Chini a terra, nella fatica, e spesso affranti dalla schiavitù, subita da uomini inflessibili. A voce alta diciamo loro: «Il vostro lavoro non è stato inutile!».

 

Anche oggi, quando un cliente si rivolge a voi, soldi alla mano, e scopre la vostra competenza, maestria, costanza, schiettezza e concretezza, terminata l’opera non può dimenticarsi di accompagnare il giusto prezzo con una stretta di mano e un sincero: «Grazie!».

Egli sa che il lavoro che avete svolto va oltre l’oggetto realizzato. Avete costruito per lui, per la sua famiglia, per la sua storia.

 

Buon Natale,

 

Marcello Giuliano

 

Bergamo, 7 dicembre 2013

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